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Doping, sei arresti per lo scandalo nel ciclismo

L'inchiesta partita dalla morte del 21enne Linas Rumsas. Indagati in 17. Agli atleti somministrate sostanze vietate come epo, ormoni e oppiacei

LUCCA — Il nuovo scandalo che ha travolto il ciclismo ha la sua origine nella morte del giovane ciclista Linas Rumsas, figlio dell'ex ciclista professionista lituano Raimondas e morto a 21 anni lo scorso 2 maggio. Da quell'episodio è partita l'indagine della squadra mobile di Lucca che ha portato a scoperchiare il clamoroso caso di doping che ha portato all'arresto di sei persone. Altre diciassette sono indagate. A insospettire gli investigatori sono stati gli ottimi piazzamenti dell'atleta nel periodo antecedente la sua morte: risultati che hanno fatto pensare al possibile utilizzo di sostanze dopanti, nel cui traffico, tra l'altro, in passato era stato coinvolto proprio il padre di Rumsas. 

Molte le perquisizioni effettuate nel corso dell'inchiesta, sia nella casa di Raimondas Rumsas che in quella del fratello del ragazzo. Quest'ultimo, sottoposto a un prelievo di sangue e urine di ritorno da una competizione sportiva, è risultato positivo a un potente ormone della crescita, cosa a cui è seguita la denuncia per frode sportiva e la sospensione dalle competizioni agonistiche per quattro anni. 

Secondo quanto emerso dalle indagini, gli atleti del team Altopack, considerata tra le prime dieci società più importanti del ciclismo dilettantistico in Italia, erano incoraggiati ad assumere sostanze vietate, tra cui epo in microdosi, ormoni per la crescita e antidolorifici a base di oppiacei. A incoraggiarli, sempre secondo quanto rilevato dagli investigatori, era lo stesso presidente della società. Tra le persone finite agli arresti domiciliari ci sono il proprietario del team, l'ex direttore sportivo e un farmacista che riforniva i ciclisti dei farmaci vietati dalla normativa sul doping in assenza di prescrizione medica.

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